Buffon:”Ero ultrá e ho fatto delle cavolate. Droghe?Al massimo una canna. Al PSG non è stato facile all’inizio…”

08 Gennaio 2019 - 19:08 di [ Articolo letto: 120 volte ]

L’ex portiere della Juventus Gianluigi Buffon sta continuando la sua esperienza in Francia al PSG. In campionato la squadra sta dominando il torneo,ma non è un fatto insolito vista la sua egemonia nella Ligue 1 degli ultimi anni. Il record man delle presenze in nazionale azzurra potrà però dimostrare ancora meglio le sue immortali capacitá in Champions League. Con uno sguardo sempre rivolto verso il futuro, Buffon è tornato a parlare del suo passato,in un’intervista a Vanity Fair. Ecco le sue parole

“Ero ultrà, del Commando Ultrà Indian Tips, il nome del gruppo di tifosi che seguivano la Carrarese, ancora ce l’ho stampato sui miei guanti. Incontravo gente di cui si parla tanto senza saperne nulla. Ragazzi normali, sognatori, idealisti. Alcune persone interessanti e qualche deficiente… Da ragazzo covavo una sensazione di onnipotenza e invincibilità. Mi sentivo indistruttibile, pensavo di poter eccedere, di fare quel che volevo. Mi tengo ben stretta la sana follia dei miei vent’anni. Ho fatto le mie cazz… di ogni tipo, ne ho assaporato il gusto e in un certo senso sono contento di non essermene dimenticata neanche una. Dopo una partita diedi un passaggio a un tifoso del Parma. Al casello c’era un posto di blocco della polizia. Appena vide le luci blu, lui si dileguò. A confronto con loro rimasi solo io… Uso di droghe nelle curve? Non drogarsi, non doparsi, non cercare altro fuori da te sono principi che i miei genitori mi hanno passato presto. A 17 anni, quando in discoteca mi mettono una pasticca sulle labbra, io so come e perché dire di no. Se ho fatto uso di droghe? Al massimo un tiro di canna da ragazzo. Semmai ricordo la nuvola di fumo che avvolge i tifosi della Casertana, una nebbia provocata non dai fumogeni, ma da 200 canne fumate tutte insieme: è come se la vedessi ora.

La depressione? Per qualche mese, ogni cosa perse di senso. Mi pareva che agli altri non interessassi io, ma solo il campione che incarnavo. Che tutti chiedessero di Buffon e nessuno di Gigi. Fu un momento complicatissimo. Avevo 25 anni, cavalcavo l’onda del successo e della notorietà. Un giorno, a pochi minuti da una partita di campionato mi avvicinai a Ivano Bordon, l’allenatore dei portieri, e gli dissi: ‘Ivano, fai scaldare Chimenti, di giocare io non me la sento’. Avevo avuto un attacco di panico. Non ero in grado di sostenere la gara. Come ne uscii? Se non avessi condiviso quell’esperienza, quella nebbia e quella confusione con altre persone, forse non ne sarei uscito. Ebbi la lucidità di capire che quel momento rappresentava uno spartiacque tra l’arrendersi e fare i conti con le debolezze che abbiamo tutti. Non ho mai avuto paura di mostrarle né di piangere, una cosa che mi capita e di cui non mi vergogno affatto”