Argentina 2002, dal tango alla tragedia

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Ieri sicuramente ci hanno pensato in molti, ma pochi probabilmente hanno avuto il coraggio di dirlo, un po’ per scaramanzia, un po’ per esorcizzare i demoni. L’uscita prematura dell’Argentina ai gironi avrebbe fatto rimembrare a tifosi e appassionati il mondiale cippo-coreano di 16 anni fa, quando la Seleccion incappò in una scioccante eliminazione nel girone contro Nigeria, Inghilterra e Svezia, mancando così l’accesso agli ottavi di finale. Il gol di Rojo ha avuto l’effetto di un esorcismo, ma fino a tre minuti dal gong la dannazione era reale. I 4 punti del girone ieri sono bastati, complice anche la sconfitta dell’Islanda contro la Croazia di Modric, nel 2002 no; con una squadra ben più forte e meglio bilanciata rispetto alla nazionale odierna, i due volte campioni del mondo terminarono in maniera ingloriosa, quasi tragica, il loro mondiale.

 

Il debutto fu il 2 giugno contro la Nigeria. Bielsa schierò un 3-4-1-2 con Veron a dirigere il centrocampo, Ortega rifinitore, Batistuta e Lopez in attacco, mentre le fasce furono affidate a Javier Zanetti e Juan Sorin. Sembrò tutto andare per il meglio, i sudamericani cercarono di sviluppare un’azione avvolgente e armonica, affidandosi alla visione di gioco della Brujita e ai guizzi del numero 1o Ariel, ma i nigeriani si difesero bene e furono anche graziati in un’occasione da Sorin che mandò alto da posizione favorevole. Ci volle un colpo di testa di Gabriel Omar Batistuta al 63′ su calcio d’angolo di Veron per portare a casa i 3 punti.

 

5 giorni dopo però, contro l’Inghilterra di Eriksson a Sapporo, la musica fu diversa. Nessun tango, ma un lento, troppo lento, addirittura sterile. La manovra era lenta e prevedibile, Juan Sebastian Veron giocò una delle peggiori partite della sua carriera e finì sul banco degli imputati, completamente cancellato e sovrastato dal compagno di club Paul Scholes, che lo conosceva bene e lo annullò. La partita fu maschia e ruvida, con gli inglesi che si difendevano e ripartivano come potevano, affidandosi ai guizzi dell’ex Golden boy Michael Owen che prese anche un palo, ma chi portò avanti l’Inghilterra fu David Beckham, dal dischetto al 42′.

 

Batistuta andò sempre più spegnendosi, il subentrato Hernan Crespo incise poco. Il catenaccio all’Italiana dell’ex allenatore della Lazio diede i suoi frutti, con l’unica occasione biancoceleste sulla testata di Pochettino, con Seaman che rispose presente d’istinto. Bielsa non raccolse nemmeno un punto, le nubi nere e cariche di preoccupazioni e patemi iniziano a concentrarsi sempre di più sulle teste della Seleccion, ma contro la Svezia, nell’ultima partita, arrivò la tempesta e il vascello argentino naufragò.

Bielsa rimpiazzò Veron con Aimar in cabina di regia e fece bene, perché la squadra ne guadagnò in manovra e respiro. Anche Ortega, che solo 6 anni prima sembrava in Sudamerica il predestinato a ripercorrere le orme del Diez per eccellenza, sembrava vivace e ben ispirato, mancava solo il gol. E dire che di occasioni per passare in vantaggio l’Argentina ne ebbe a grappoli: due colpi di testa di Sorin da buonissima posizione, di cui uno respinto molto bene dall’estremo difensore scandinavo Hedman, un destro secco a botta sicura del Pupi Zanetti smanacciato. Tentò da fuori anche Claudio Lopez, ma non ebbe fortuna. Gli svedesi, come di tradizione furono attenti, concentrati, pronti a battagliare anche sul piano fisico e al primo tiro in porta la Svezia trovò il vantaggio: punizione di Svensson potente e precisa che scavalca la barriera e si infila alle spalle di Cavallero.

Il rigore guadagnato da Ortega non servì, perché Ariel tirò a mezza altezza in maniera approssimativa e scarica, quasi fosse l’emblema della sua intera carriera, e poco importa se Crespo si avventò come un rapace sulla respinta di Hedman e insaccò il pari. Gli ultimi minuti furono un assedio infruttuoso e al fischio finale le lacrime incredule, non solo della squadra, ma anche di un intero paese, bagnarono il suolo di Miyagi.

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