L’ex blucerchiato Walter Zenga, uno dei migliori portieri al mondo, si racconta nel nuovo libro “Ero l’uomo ragno. La vita, il calcio, l’amore”, in cui il pallone che rotola si mischia con gli affetti, con gli amori da prima pagina e con i sentimenti più intensi e profondi. Il libro, in uscita oggi per Cairo, mostra come Zenga non sia stato soltanto un calciatore.
Per molti tifosi di calcio, per tanti anni, ha rappresentato un vero e proprio punto di riferimento. Quel sorriso irresistibile, che lo ha reso protagonista anche fuori dal campo, lo ha portato a essere in senso assoluto uno dei primi personaggi trasversali dello sport, capace di mostrare un talento indiscutibile tra i pali, ma anche nella comunicazione e in tv, precorrendo i tempi.
Da giocatore è stato legato a lungo alla sua amatissima Inter, la squadra per cui ha sempre tifato, fin dall’infanzia vissuta sui campi di viale Ungheria a Milano.
Da allenatore, invece, ha girato il mondo, passando dagli Stati Uniti alla Romania, dalla Turchia fino all’Arabia Saudita e guidando in Italia il Catania, il Palermo, la Sampdoria, il Crotone, il Venezia e il Cagliari. Una vita piena di esperienze e avventure differenti e coinvolgenti ripercorsa in questo libro.
Infine un passaggio toccante, quello legato al delicato rapporto con il padre Alfonso:
“Non ci siamo parlati per anni, troppe incomprensioni, troppa distanza. Io ho giocato agli Europei e ai Mondiali e lui non si è nemmeno fatto sentire. Poi lui si è ammalato. Io ero a Bucarest, mi sono precipitato a Milano. È stato allora, qualche giorno prima di morire, che mi ha detto ‘Ti voglio bene’ per la prima volta. Mi ha consegnato una lettera. Leggendola, non credevo ai miei occhi: siamo stati lontani per una vita intera e in quelle righe, mentre si preparava a salutarmi per sempre, mi diceva che lui mi era sempre stato accanto, che aveva seguito passo dopo passo la mia carriera, che si era appuntato successi e critiche, che era fiero di me e che mi voleva bene. Ero distrutto”.