IL MOMENTO DELL’ITALIA.
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IL MOMENTO DELL’ITALIA.

21 Ottobre 2018 alle 16:58 di Redazione MCN

Con la nona giornata di Serie A in corso, ci soffermiamo ancora sulla nostra nazionale, di cui negli ultimi giorni si è parlato tanto, e bene (cosa per nulla scontata di questi tempi). Dopo le preoccupanti dichiarazioni di Bonucci, il quale affermava che “al punto zero c’eravamo un anno fa, e ora le cose sono forse peggiorate”, l’Italia è scesa in campo contro la Polonia in una gara da dentro o fuori, di fatto convincendo i più con gioco e interpreti all’altezza come non se ne vedevano da un anno almeno. Ma andiamo a vedere più da vicino tutte le sfumature di azzurro – con luci e ombre annesse – che ci possono dare importanti informazioni in vista di Novembre, quando l’ostacolo in Nations League sarà il Portogallo.

La porta inviolata

Contro la Polonia si è raggiunto il primo clean sheet dell’era Mancini. Gli Italiani infatti hanno ritrovato una discreta stabilità difensiva grazie ad alcuni fattori: in primis la gestione del possesso, che ha spesso tenuto il baricentro degli avversari basso, e che – come logica conseguenza – non ha dato loro grandi possibilità di azioni pericolose, eccezion fatta per due ripartenze in cui un’eccessiva sicurezza di palleggio ha fatto tremare Chiellini e compagni di reparto. Qui si giunge al secondo punto, perché in situazioni di emergenza ha risposto bene Donnarumma, attento e preciso sulle poche sbavature altrui, mentre Milik ci ha graziato nell’unica occasione della sua partita. Importante è stato anche il posizionamento dei giocatori tutti, caratteriale, che ha impedito ai ragazzi di Brzęczek di servire al meglio le punte.

Un nuovo calcio

Il tecnico di Jesi ha dato di fatto un nuovo volto al suo undici in campo. Il suo nuovo 4-3-3 infatti sembra dare molta più fluidità alla manovra, i reparti per lunghi tratti sono stati stretti e gli uomini vicini per dare più soluzione al fraseggio. In fase di non possesso invece, la squadra è stata spesso velocissima nella pressione e ha guadagnato la sfera in zone alte del campo.

Se l’Italia ha sorpreso un po’ tutti però, lo dobbiamo a tre rivoluzioni all’interno del modulo: la prima è a centrocampo. Jorginho è il perfetto play maker figlio del Sarri ball, Verratti ha l’intelligenza per fare le due fasi, per inserirsi, dialogare con gli attaccanti (tutti rapidi e tecnici come lui), mentre Barella, che è il più interditore, dimostra tutto il suo valore nella sua seconda apparizione con la maglia azzurra. Il risultato? 582 passaggi riusciti con una precisione oltre al 90% se si guarda solo a quelli del “londinese” e del “parigino”.

La seconda è nei tre davanti che, come già detto, si sposano benissimo col gioco di posizione delle mezzali e del mediano di impostazione, e in più, non danno punti di riferimento negli ultimi trenta metri, complice anche il fatto che si è rinunciato (fino all’ingresso di Lasagna) alla punta, scelta strategica per dare velocità e imprevedibilità.

La terza e ultima nota riguarda il ruolo del singolo, in più casi – rispetto al recente passato – congruente a quello svolto nella rispettiva squadra di club; il 4-3-3 combacia perfettamente con le caratteristiche dei sopracitati centrocampisti, ma non solo. Infatti va anche incontro alle abitudini di Chiesa e Insigne (si guardi pure la fase di rientro attuata con un movimento più verticale che diagonale, esattamente come accade a Firenze o a Napoli), oltre a lasciare una certa libertà a Bernardeschi, e dà la doppia possibilità della punta reale o del falso nueve.

Il gol al 93’

Il gol all’ultimo respiro di Biraghi, con dedica romantica ad Astori, è la conferma e al tempo stesso la negazione di quanto detto finora; se per l’appunto da un lato offre la giusta ricompensa ad una buona prestazione, dall’altro rievoca una difficoltà – già vista contro l’Ucraina – nel tradurre in rete la qualità di palleggio. L’1-0 di fatto arriva su una palla inattiva e non sulle basi del bel gioco, indice che la nostra Nazionale è ancora un cantiere nel quale però si inizia a intravedere una direzione del lavoro svolto.

Probabilmente col Portogallo ci vorrà maggior cinismo e maggior attenzione nel trattare il pallone, specie nelle zone nevralgiche del rettangolo verde, dove non potremo concederci rischi. Superata la paura della retrocessione, che sarebbe stata devastante alla luce della mancata presenza al mondiale di Russia, la Nations League alzerà l’asticella, e – fra meno di un mese – capiremo se siamo già in grado di saltare in alto.

 

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