17 Giugno 2001: i protagonisti dello scudetto della Roma di Capello!

Roma scudetto
Fonte foto: %author%

SEGUICI SU

Il 17 Giugno del 2001, dopo una cavalcata trionfale, la Roma di Fabio Capello conquista il terzo scudetto della propria storia. Decisivo il 3-1 al Parma. Ecco tutti gli artefici di quel grandioso successo

LO SCUDETTO DELLA ROMA 2000-2001

“Mai scudetto fu più meritato” disse Riccardo Cucchi al termine della telecronaca di Roma-Parma, la gara che sancì la conquista del terzo scudetto giallorosso. In effetti, dopo un mercato faraonico, la squadra di Fabio Capello si impossessa della prima posizione fin dall’inizio del campionato. Ad eccezione di un breve sorpasso di un paio di giornate, subito dopo la sconfitta con l’Inter, ad opera della sorprendente Atalanta, i giallorossi tracciano un profondo solco con le avversarie. Un girone di andata entusiasmante, poi un piccolo calo nel ritorno. Colpiti da una sorta di “braccino”, i capitolini dilapidano gran parte del loro vantaggio, arrivando a giocarsi il titolo solo all’ultima giornata. Colpa di molti pareggi nelle gare finali del campionato. Dopo aver sprecato il primo match point a Napoli, nella penultima, la Roma ospita il Parma per conquistare lo scudetto.

In un Olimpico stracolmo, forse oltre la propria capienza, i giallorossi divorano gli emiliani fin dal primo minuto. Una squadra aggressiva, determinata, che gioca un calcio offensivo e crea occasioni su occasioni. Solo le grandi parate di Buffon tengono il Parma relativamente a galla ma alla fine è un 3-1 netto, con tanto di invasione sul 3-0 che ha fatto temere il peggio. Il coronamento di una stagione meravigliosa, che pure non era partita benissimo. Carichi di pressioni dopo lo  scudetto della Lazio nel campionato precedente e dopo un mercato faraonico, i giallorossi disputano un precampionato decisamente zoppicante. A complicare i piani di Capello, arrivano anche due infortuni pesanti: quello di Emerson, uno dei prezzi pregiati del mercato, e quello di Di Francesco, non un titolare ma un jolly utile per tutte le stagioni. Poi la clamorosa eliminazione dalla Coppa Italia, ad opera dell’Atalanta. Per i tifosi è troppo: c’è il timore di un altro campionato sottotono e la contestazione è durissima. A Trigoria il clima e teso e la pressione aumenta.

Pur con una linea mediana ridotta all’osso e con gli strascichi della pesante contestazione, i giallorossi approcciano nel modo migliore al loro campionato. Trascinati da un Gabriel Batistuta fenomenale, i capitolini volano in vetta alla classifica. Una squadra strepitosa, ricca di qualità, che gioca un calcio offensivo e moderno. Il condottiero, Fabio Capello, la plasma nel migliore dei modi. A conti fatti, sarà forse l’unica stagione in giallorosso dove non sbaglia praticamente nulla e porta la sua Roma dritta dritta verso lo scudetto. Ma chi erano i protagonisti di quella grandiosa cavalcata?

I PORTIERI

Il titolare di quella squadra è Francesco Antonioli. Arriva in giallorosso nella stagione precedente, dopo le ottime stagioni con la maglia del Bologna. A volerlo è Fabio Capello, che lo aveva avuto giovanissimo ai tempi del Milan. Rispetto a quell’esperienza, Antonioli è cresciuto ed è diventato un portiere completo, tra i migliori in Italia. Don Fabio ne fa il numero 1 della squadra, chiedendo la cessione di Michi Konsel, idolo indiscusso della tifoseria. Inizialmente Antonioli risponde bene alle pressioni ma ai primi errori inizia a cedere mentalmente e finisce nel mirino della critica. Nonostante una prima stagione abbastanza negativa, il portiere viene confermato anche nel campionato seguente. Probabilmente, nei piani di Capello, sarebbe dovuto arrivare un altro numero 1, ma gli esborsi economici importanti di Sensi hanno rinviato ogni discorso all’anno seguente. Nel cammino verso lo Scudetto, Antonioli compie diversi errori e per lunghi tratti è il punto debole della Roma.

Arriva a perdere anche la titolarità verso la fine del girone di andata e si rende protagonista di sviste pacchiane come quella contro il Perugia. Solo nel finale di stagione, alza la testa e il suo rendimento migliora sensibilmente. Nelle seguenti due stagioni in giallorosso si confronta con la concorrenza di Ivan Pelizzoli. Pur arrivando a disputare diverse gare e ad avere un rendimento più costante, si macchia di errori importanti che frenano il cammino della Roma verso il secondo scudetto di fila.

Alle sue spalle, nel ruolo di secondo portiere di quella squadra, vi è Cristiano Lupatelli. In giallorosso arriva anche lui nel 99-00, dopo essere stato segnalato da Zeman per le sue ottime prestazioni in B con la Fidelis Andria. Molto forte nelle uscite a terra e nel gioco con i piedi, non è altrettanto affidabile tra i pali. Dopo una stagione di assestamento, sembra guadagnarsi il posto da titolare nel finale del girone di andata. Gioca 8 partite ma, dopo un ottimo inizio, il suo rendimento va via via calando. Prende un gol clamoroso contro il Bari, fanalino di coda. Nel peggior periodo dell’intero anno della sua squadra, perde il posto e torna mestamente in panchina. A fine anno farà le valigie e andrà al Chievo. Il terzo portiere, invece, è Marco Amelia. Romanista doc, cresciuto nel settore giovanile giallorosso, è anche l’estremo difensore della Primavera. Tra i più scalmanati nei festeggiamenti dello scudetto, non vede però mai il campo e poi inizia un lungo pellegrinaggio in giro per l’Italia, vincendo anche un Mondiale da terzo portiere.

IL MURO DIFENSIVO GIALLOROSSO

Fabio Capello ha sempre detto che la base principale, per poter conquistare un trofeo, è quella di avere una fase difensiva solida. Nel suo primo anno alla Roma non sempre i giallorossi si erano mostrati compatti al punto giusto. Il tecnico friulano, pertanto, chiede importanti investimenti in sede di mercato. Arriva Walter Samuel, un giovane argentino dagli occhi di ghiaccio, segnalato due anni prima da Zeman e titolare del Boca Juniores. Oltre 30 miliardi sono un discreto biglietto da visita e i tifosi hanno da subito grosse aspettative. E’ tra i più contestati dopo l’eliminazione dalla Coppa Italia. E’ definito non pronto per il calcio italiano. Per molti, la Roma ha preso una seconda fregatura dall’argentina dopo quella di Roberto Trotta ai tempi di Carlos Bianchi. E invece Capello ci vede lungo, lo sposta al centro della difesa a 3 e ne fa il perno assoluto della squadra. Pur non essendo velocissimo, Samuel è un vero portento e annulla, uno dopo l’altro, quasi tutti gli attaccanti avversari.Per la tifoseria diventa un vero idolo e viene ribattezzato “The Wall”. Ha anche il merito di segnare un gol fondamentale contro il Lecce, nella vittoria per 1-0.  Avrà un rendimento strepitoso per 4 anni, poi finirà al Real Madrid per questioni di bilancio.

Il secondo acquisto nel pacchetto arretrato è il francese Jonathan Zebina. Alto ma velocissimo, il giovane transalpino si è messo in mostra con la maglia del Cagliari. Può giocare sia da centrale che da terzino, quindi risulta perfetto come braccetto della difesa a tre. Nel corso della sua esperienza a Roma diventa famoso per le grossolane disattenzioni, con tanto di coniazione del termine “zebinata”. Carattere acceso, gode però della stima di Capello, che lo schiera spesso e volentieri e se lo porterà anche alla Juventus nella successiva esperienza. Stima che inizialmente non ha Zago. Il brasiliano, voluto da Zeman nell’inverno del 1997, è un difensore molto forte tecnicamente. A volte, per questo suo pregio, tende a eccedere in confidenza, con licenze eccessive nelle uscite palla al piede. Inoltre, ha un caratterino niente male e Simeone fa la conoscenza della sua saliva in un celebre sputo nel derby. Dopo un buon primo anno con Capello, il giocatore finisce inspiegabilmente fuori rosa. Dopo la sconfitta con l’Atalanta, Don Fabio torna sui suoi passi e lo rispolvera come titolarissimo. Una delle mosse più azzeccate, perchè Zago gioca una stagione esaltante, da vero e proprio regista difensivo. Saluterà due stagioni dopo, da svincolato.

Pluto Aldair è a Roma da 11 anni. Ha vinto poco ed è stato ad un passo dal fare le valigie. In contrasto con Zeman, stufo di giocare con 40-50 metri di campo alle spalle, minaccia l’addio nel caso di conferma del boemo. Invece arriva Capello, che lo convince rapidamente a rimanere e ne fa il perno della sua difesa nel primo anno. Nell’anno dello scudetto della Roma, Aldair perde la maglia da titolare inamovibile e si ricicla principalmente come braccetto difensivo, alternandosi con Zebina. Purtroppo un infortunio gli impedisce di scendere in campo contro il Parma. Peccato, lo avrebbe meritato più di chiunque altro. Completano il reparto due ex giocatori del Bologna: Rinaldi e Mangone. Entrambi arrivati nel primo anno con Capello, soffrono un pò l’impatto con la grande piazza. Nel secondo campionato in maglia giallorossa, vengono relegati al ruolo di riserve, dando comunque il loro contributo quando chiamati in causa per poi salutare tutti a fine anno.

CENTROCAMPO: QUANTITA’ e QUALITA’

La Roma di Capello ha due armi micidiali sull’esterno. Nel campionato italiano (e non solo) in quegli anni è assai difficile trovare qualcosa di meglio rispetto a Cafù e Candela. Il brasiliano è inarrestabile, è un vero e proprio “pendolino” che abbina velocità supersonica a classe prettamente carioca. Per Capello non è un terzino puro e la scelta di giocare a tre è anche per via della sua presenza. Gioca in posizione molto avanzata, alzandosi spesso sulla linea degli attaccanti e andando a formare una sorta di 4-2-3-1. Regala assist e giocate a profusione più qualche rete pesante, che non guasta mai. Rimarrà in giallorosso fino al 2003. Dopo ben 6 anni saluta tutti e va al Milan, ritrovando una seconda giovinezza. Dall’altra parte, Candela è meno veloce ma ha una tecnica da trequartista oltre a saper difendere meglio. E’ un ago della bilancia tattica giallorossa, perchè sa trasformare la linea a 3 in una difesa a 4 con le sue scalate. E poi segna, segna anche gol molto pesanti. Per Capello è semplicemente insostituibile.

Un punto debole di quella squadra? Non ci sono alternative vere ai due esterni. Quel ruolo, seppur non propriamente loro, lo ricoprono il già citato Eusebio Di Francesco e il nuovo arrivato Gianni Guigou. Il pescarese, che poi tornerà a Roma come allenatore diversi anni dopo, si infortuna brutalmente in una gara di Coppa Uefa contro il Nova Gorica e rientra solo nel finale. Giocherà una manciata di gare e, per via della sfortuna, non riuscirà a essere protagonista. Una comparsa nella stagione più importante, dopo ben 3 anni di alto livello. Guigou, invece, è una mossa a sorpresa della società. Numericamente prende il posto del flop Gurenko. E’ un jolly arrivato dall’Uruguay, un onesto gregario che con l’impegno e il sacrificio si guadagna la stima di tutti. Tre anni in giallorosso, quasi mai da titolare ma bagnando sempre la maglia col sudore.

In mezzo al campo il prezzo pregiato dello scacchiere è il brasiliano Emerson. In Germania, con la maglia del Leverkusen, ha stupito l’Europa. E’ considerato un centrocampista universale, capace di abbinare tutte le fasi richieste nel gioco. Per Capello, ha caratteristiche più uniche che rare. Per esaltarne le qualità, il tecnico friulano pensa ad una Roma col 4-3-1-2, a costo di sacrificare Cafù. Gli esperimenti, nelle amichevoli, vanno però male e inoltre Emerson si infortuna gravemente. Rientra nel finale del girone di andata e prende subito la squadra sulle spalle. Fa gol pesanti, va a contrasto con decisione e detta i tempi. E’ il padrone assoluto della mediana giallorossa e lo sarà fino al contestato passaggio alla Juventus nel 2004. Al suo fianco, gioca la miglior stagione della sua carriera Damiano Tommasi. Che fosse generoso lo si sapeva ma a Roma in molti storcevano la faccia dinanzi ai suoi tanti errori tecnici nelle precedenti stagioni. Nell’anno dello scudetto della Roma, si esalta al punto tale da diventare un titolare inamovibile della Nazionale. Un moto perpetuo, macinatore di chilometri e con una buona propensione al gol: insostuibile.

Cristiano Zanetti, invece, è stato il degno sostituto di Emerson nella prima parte di campionato. Arrivato, su richiesta di Capello, nella precedente stagione in un contestato scambio con Di Biagio con l’Inter, sembra solo un rincalzo. Dopo l’infortunio di Emerson, Capello non ci pensa due volte, nessun rinforzo sul mercato ma spazio a Zanetti. Il giovane italiano ripaga la fiducia, giocando un girone di andata a livello incredibile. Col ritorno di Emerson, si fa trovare pronto quando chiamato in causa, come degno rincalzo. A fine anno viene ceduto e Capello non la prende affatto bene. Marcos Assuncao, invece, a Roma è ricordato soprattutto per le sue punizioni letali. La regola degli extracomunitari, che sarà poi modificata a campionato in corso (tra le polemiche) ne limita lo spazio. Ciò nonostante, alcune sue reti su piazzato risultano determinanti. Tre anni in giallorosso, poi l’addio per andare al Betis Siviglia.

Infine vi è Hidetoshi Nakata, uno dei giapponesi più forti della storia. Capello lo vuole nel mercato di riparazione della stagione 99-00. Inizialmente pensa di farne un regista davanti alla difesa ma l’esperimento fallisce. Il trequartista viene retrocesso a riserva di Totti. La regola degli extracomunitari lo proietta spesso in tribuna nel corso della stagione scudetto ma il giapponese si ritaglia un ruolo fondamentale, diventando il vero eroe del cammino giallorosso. Nella gara decisiva contro la Juventus, con una bruttissima Roma sotto di due reti, entra e ribalta la gara segnando e propiziando il gol di Montella.

UN ATTACCO SEMPLICEMENTE ATOMICO

Francesco Totti è il capitano e il simbolo di una Roma ambiziosa ma che da troppi anni non alza un trofeo. Il “Pupone” è cresciuto a dismisura con la cura Zeman ed è uno dei giocatori più importanti a livello internazionale. Si è consacrato anche con la maglia della Nazionale, giocando un grande Europeo nel 2000. Capello lo lascia libero di esprimere il proprio talento e Totti si esalta con i vari Montella, Batistuta e Delvecchio affianco. Gol, assist e giocate importanti. Anche qualche piccola polemica, come la sostituzione contro Juventus e Atalanta, ma in quel caso Capello vede lungo e azzecca la rischiosa mossa. Il 17 Giugno vince il suo primo e unico scudetto con la maglia della Roma, un’emozione unica. La sua riserva è il giovane Gaetano D’Agostino. Il siciliano è un prodotto del settore giovanile giallorosso e Capello lo aggrega alla rosa. Disputa una sola partita, entrando a Brescia con la Roma sotto di un gol e uscendo poco, quando il ciclone Batistuta aveva ribaltato tutto.

Proprio Batistuta è il vero simbolo del successo. Arriva in estate a suon di miliardi dalla Fiorentina. Sensi fa di tutto per accontentare Capello, che chiedeva un grande centravanti. Prende quanto di meglio ci sia in circolazione. Il Re Leone ha 31 anni, molti acciacchi fisici ma vuole assolutamente vincere qualcosa prima dell’inevitabile declino. A Roma spara le ultime vere cartucce di una carriera entusiasmante. Nel girone di andata è devastante, fa gol praticamente ad ogni partita e vola in vetta alla classifica dei marcatori. I tanti guai fisici iniziano a farsi sentire e la media gol si abbassa sensibilmente nel girone di ritorno. Le 20 reti finali, tuttavia, sono determinanti. Peccato che dall’anno dopo sarà solo l’ombra del grande centravanti visto fino a quel momento. Andrà via a metà del terzo anno, contestato dalla gente e deriso dal presidente Sensi.

Vincenzo Montella non ha mai avuto un grande rapporto con Fabio Capello, nè prima e nè dopo la vittoria di quel campionato. All’Aeroplanino non sono mai andate giù le tante sostituzioni. Che al mister non piacciano molto i centravanti piccoli e scaltri è cosa nota e oltretutto l’arrivo di Batistuta lo relega al suolo di riserva. Montella rifiuta di cedere la maglia numero 9 e rimane in naftalina per gran parte del campionato. Segna soltanto 4 gol nel girone di andata, poi approfitta dei guai fisici dell’argentino e diventa il salvatore della patria nella parte finale del campionato. Altri 9 gol che lo portano a quota 13. Si “vendicherà” della concorrenza di Batistuta nel campionato seguente, strappandogli definitivamente la maglia da titolare. Maglia che non ha mai avuto Abel Balbo in quella stagione. Nostalgico ritorno per un bomber vero della storia giallorossa, un argentino capace di segnare valanghe di gol a metà degli anni 90. Il declino è evidente e le esperienze tra Parma e Firenze non sono state esaltanti. Torna come punta di scorta, non vede praticamente mai il campo ma è fondamentale per lo spogliatoio.

Quello che invece, era Marco Delvecchio in mezzo al campo. L’attaccante milanese è nelle grazie di Capello, che stravede per le sue qualità e per il suo sacrificio. Dopo aver impiegato più da seconda punta nel primo anno, Capello capisce che c’è bisogno della sua corsa per aumentare gli equilibri di squadra. Lo inventa esterno sinistro a tutta fascia, capace di stringere la posizione per affiancare Batistuta ma anche di agire come laterale puro. Ne risente la sua media gol, con sole 3 realizzazioni, ma non le sue prestazioni. La sua corsa garantisce solidità a tutta la squadra. E’ letteralmente scatenato nei festeggiamenti, rifacendosi con gli interessi della delusione della finale di Euro 2000 contro la Francia.

Una squadra esaltante, condotta da un Fabio Capello sergente di ferro ma anche abile stratega. Uno scudetto che a Roma mancava dal 1983 ma anche una consapevolezza. Un team con così tanta qualità, in quegli anni, avrebbe potuto vincere molto di più, invece di fermarsi alla Supercoppa Italiana, conquistata demolendo la Fiorentina nell’agosto seguente.

LEGGI ANCHE: COME LA ROMA COSTRUI’ UNA SQUADRA DA SCUDETTO

COMMENTA L'ARTICOLO