Bepi Moro, un portiere dalla vita disperatamente spericolata

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Giuseppe “Bepi” Moro, un portiere dalla vita disperata

Giuseppe “Bepi” Moro è stato tra i portieri più forti in Italia tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta. Una carriera vissuta in diverse squadre come Fiorentina, Roma, Torino e Verona tra le altre. Una carriera movimentata e una vita disperata che il Corriere dello Sport raccontò in un reportage del 1965 e che noi oggi vogliamo rievocare.

 Bepi Moro e il calcio: una passione coltivata durante la guerra e la povertà con il sogno di diventare un grande portiere di Serie A

Nato a Carbonera, in Provincia di Treviso il 16 gennaio 1921, Giuseppe Moro coltiva fin da bambino la sua passione per il calcio. Una passione che nasce da un quaderno con il disegno del leggendario portiere cecoslovacco František Plánička e che lo porterà da adolescente a rubare i risparmi della nonna. Risparmi con i quali invece di comprare il pane, comprò un pallone da calcio e convinse il custode del campo vicino casa sua a farlo entrare per tirare qualche calcio in solitudine. Nel 1940, arriva la grande opportunità nelle giovanili del Treviso, ma quel 1940 è anche l’anno che segnerà le sorti del nostro Paese. Il 10 giugno di 80 anni fa entrò nella Seconda Guerra Mondiale. Bepi, come tanti ragazzi della sua età, viene mandato in Sicilia e riuscirà a sopravvivere in maniera rocambolesca prima allo sbarco degli Alleati e poi all’occupazione tedesca di Treviso, senza mai sparare un colpo.

La grande occasione con la Fiorentina e la triste fama delle sue papere

Dopo la guerra, Bepi Moro viene richiesto dalla Lucchese. Ma prima di lasciare Treviso, si rende protagonista di una dichiarazione falsa per avere una bicicletta e così l’affare salta. Poco male perché nel 1947 si accasa alla Fiorentina. Durante l’esperienza in viola si farà ricordare per un clamoroso autogol contro la Juve, nel quale calciò la palla nella propria porta dopo un’insulto. Non solo, per colpa di due amici conosciuti a Treviso rischiò la galera nascondendo un barattolo di cocaina. Nonostante questa fama, la Fiorentina lo riconfermò e per Bepi arrivò anche la prima convocazione in Nazionale.

Torino, il Mondiale del ’50 e il finale di carriera tra Lucchese, Roma e Verona

Nel frattempo Moro era stato preso dal Torino del dopo Superga. Qui la sua fama di “portiere paperino” che si vendeva le partite continuò ad accompagnarlo e anche il Mondiale del 1950 da terzo portiere si rivelò un disastro. Conclusa l’esperienza a Torino, Bepi Moro giocò alla Lucchese. Poi, Sampdoria, Lucchese, Roma (per due stagioni e il finale di carriera a Verona. Con la fama di aggiustatore di partite che continuò sempre a perseguitarlo, Moro appese le scarpe al chiodo. Fu da quel momento in poi che la sua vita divenne davvero disperata.

Le peripezie del dopo carriera da calciatore

Terminata la carriera agonistica, Bepi  Moro provò a prendere il patentino da allenatore a Coverciano nel 1962, ma venne bocciato da suo amico Alfredo Foni. Precedentemente era stato osservatore nel Milan di Gipo Viani, ma l’esperienza si concluse bruscamente per via di alcune incomprensioni. Cominciano anni di gravi ristrettezze economiche a causa di spese incaute nel periodo romano. Moro è costretto ad andare ad allenare in Tunisia, prima a Ebba Ksour e poi all’ Olympique Beja. In Italia, però, era ormai un emarginato e quando tornò dovette improvvisarsi prima venditore di caramelle e poi operaio in una fabbrica di scarpe a Porto Sant’Elpidio. Lì, la morte lo colse a soli 53 anni il 28 gennaio 1974 per un male incurabile. Fine di una vita disperata.

FOTO: Wikipedia.org.

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