71 anni da Superga: un epoca di calcio chiamata Grande Torino

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4 Maggio 1949, sono passati 71 anni

71 anni passati orsono. Un epoca, una storia e un fascino che non può essere dimenticato. Dall’utilizzo del cosiddetto Metodo (2-3-2-3), che ha caratterizzato la nostra Italia di Vittorio Pozzo, all’escogitare un piano per “parare” la modifica del fuorigioco, ovvero 2 e non più 3 difendenti tra l’attaccante e la porta. Insomma, una piccola rivoluzione che Herbert Chapman aveva escogitato per rendere Grande il suo Torino: e cosi ha fatto. Si può dire che il Grande Torino rappresenta il calcio con la “C” maiuscola, dall’essere stato simbolo di un paese che cercava di rialzarsi dopo le macerie che avevano contraddistinto quegli anni, all’essere una squadra da record: 5 scudetti conquistati nella guerra, l’imbattibilità del suo storico Filadelfia e i 10 titolari che andarono in azzurro l’11 Maggio 1947 per sconfiggere il grande dominio Ungherese guidato dal cannoniere Ferenc Puskas. 

4 Maggio, la tragedia

La sequenza trionfale si interruppe il 4 Maggio 1949 alle ore 17,05. Quel giorno il Torino giocò la sua ultima partita, una sconfitta 4-3 contro il Benfica. Il tempo era pessimo, una pioggia battente e le nuvole alla “Fantozzi” circondavano il trimotore I-Elce. Tra titubanze e preoccupazione, l’aereo decolla. Dopo l’ultimo contatto con la stazione radio, a causa di un guasto all’altimetro dovuto al maltempo, l’aereo si schiantò contro la Basilica di Superga immersa in una nebbia fitta. Erano le 17,05 e il Grande Torino non c’è più. A Vittorio Pozzo toccò il compito più triste: riconoscere le salme dei suoi ragazzi. 31 persone tra atleti, staff, dirigenti, giornalisti e membri dell’equipaggio se ne andarono. 

Una “Grande” poesia

Oggi la formazione viene recitata come una poesia: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Una poesia iniziata da capitan Valentino e conclusa da suo figlio Sandro nella “Grande” Inter di Herrera. Da Grande a Grande insomma: gli eroi dei due mondi se vogliamo dare un titolo. Il Torino ha rappresentato la squadra che nessuno ha visto, è solo frutto di raccolte e dichiarazioni di testimoni. E come ricorda Indro Montanelli: “Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto, è soltanto in trasferta”. Un fascino unico, senza pari e senza eguali. Forse l’unico fascino rispettato è stato il Torino di Gigi Radice, uomo dell’ultimo scudetto targato 1976, colui che ha innovato il pressing nel calcio. Ma niente e nessuno potrà ripetere la storia di quel Grande Torino. 4 Maggio 1949: memoria, appartenenza e rispetto per chi abbiamo amato. Nel calcio come nella vita.

Foto: wiki Grande Torino

 

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