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RIVER PLATE – BOCA JUNIORS IL GIORNO DOPO

Di Dante Bonfini - il 10 Dicembre 2018

La finale di Libertadores che ha tenuto su di sé gli occhi del mondo intero per un mese doveva essere l’ultima con andata e ritorno, invece ha finito paradossalmente per essere la prima finale secca, per di più giocata in campo neutrale, a 10.000 Km di distanza da “casa”. Qualcuno ha persino fatto notare che la Libertadores de America si è giocata tra le mura dell’“invasore”, a Madrid, alimentando di fatto quell’idea – non proprio errata – che nel calcio sudamericano tutto è il contrario di tutto, e che le regole esistono, vero, ma solo a volte. Il buon senso però in questo caso aveva cessato di esistere già alla base, quando Fifa e Conmebol hanno insisitito per giocare al Monumental dopo ciò che era avvenuto all’esterno poco prima, in nome del dio denaro e dei diritti TV venduti.

Dicevamo che è stata laprima finale secca, perché di fatto per risultato e contesto questa sfida era completamente a sé rispetto all’andata. Quella della Bombonera è stata annullata totalmente dalla “finalissima del Bernabeu”, che ha rappresentato una spaccatura netta nella storia della competizione e della rivalità tra le due squadre più genovesi di Buenos Aires.

Il protagonista del Superclasico

Il Superclasico è un pezzo di letteratura calcistica. Appartiene alla storia ed incarna uno dei Derby più accesi del mondo. Se il protagonista de “I promessi sposi” di Manzoni è il ‘600, accade qualcosa di analogo anche in questo “romanzo”; nonostante i nomi in campo, distintisi nei più svariati modi, il migliore in campo è sempre il Superclasico stesso, che trascende l’individualità esaltandone stemma e colori della maglia, che compensa, in chi ne ha poca, la tecnica con la fame, e che fa trovare energie per lo spettacolo anche in un muscolo logorato dai crampi. A proposito di spettacolo, fatta eccezione per una comprensibile fase di studio nella prima mezzora – come all’andata del resto – ieri sera si è inteso ancora una volta cosa significhi essere del Boca o del River, specie nel momento in cui gli schemi sono saltati in nome della rivalità stessa. Lo si è visto nelle transizioni offensive e difensive di Nandez, nel mancino di Quintero, nella fantasiosa interpretazione che Andrada ha dato al suo ruolo di portiere, nei tackle di Palacios, e negli sprazzi di estro di Benedetto e Pity Martinez. Per riassumere, se giochi un Clasico de Barrio, e per giunta in una finale continentale, non sei tu a lasciare un segno nella storia del tuo Club, ma viceversa.

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La prestazione di Nahitan Nandez

Al Bernabeu ne erano certi: l’ago della bilancia sarebbe stato acentrocampo. Barrios da una parte, e Palacios dall’altra dovevano essere i due giocatori di equilibrio delle rispettive squadre, i due gregari dai piedi buoni. Tra l’altro nello stadio del Real che per loro ha fatto più di un sondaggio. Al Bernabeu non avevano tutti i torti, tuttavia è stata la partita di Nahitan Nandez. La mezzala ventiduenne è figlia del difensivismo ordinato del Maestro Tabarez, celebre CT della nazionale uruguagia, e del carattere mai domo degli Xeneizes, coi quali gioca da ormai due anni circa. Nandez ha dato alla luce una partita superlativa, fatta di sacrificio e qualità. Il 73% dei suoi passaggi è andato a buon fine, uno dei quali servito magistralmente sui piedi di Benedetto in occasione del vantaggio boquense; sulla ripartenza dei suoi infatti, partendo dalla propria area di rigore, l’Uruguayo si è ritrovato in pochi secondi quasi all’altezza del centrocampo, prima di liberare il pase decisivo che ha messo fuori causa Pinola,intervenuto in scivolata senza successo. Inoltre il ragazzo cresciuto nel Peñarol ha vinto il 100% dei contrasti e recuperato 9 palloni, guadagnando 6 falli, come nell’occasione in cui ha fatto ammonire il capitano millonario Ponzio. Tutto questo considerando che nei tempi supplementari il centrocampo xeneize si è ritrovato orfano di Perez, Gago (infortunatosi al tendine d’achille) e dell’espulso Barrios. Nonostante la sconfitta, forse, si è vista la versione più matura e tuttocampista di Nandez.

La vittoria di Gallardo

Non è stata solo una finale. È probabilmente stata l’ultima partita per almeno uno dei due tecnici sulla panchina della propria squadra. Chissà se avrà pensato proprio questo Schelotto, quando ha visto Quintero controllare un pallone al limite e realizzare uno dei gol più belli e pesanti della storia della competizione. Nello sguardo fisso e paralizzato di un uomo distrutto si poteva chiaramente leggere il capolinea del suo viaggio azul y oro. Forse avrà ripercorso i cambi giocati fino a quel momento, ma di fatto, se un tecnico cadeva in balia dei rimorsi, l’altro amministrava ancora una volta il delicato Derby con grande astuzia e senso tattico. Gallardo non perde contro il Boca dal 5 Novembre 2017 (5 scontri diretti di fila senza sconfitte). Numeri impressionanti se consideriamo la maggior profondità di rosa a disposizione del collega sopracitato. Dopo essere passato in svantaggio per tre volte tra andata e ritorno, el Muñeco non ha mai perso il controllo del match gestendo il suo 4-5-1 con ordine e fiducia, e dando la sensazione di poter ribaltare in qualsiasi momento la situazione nonostante le assenze pesanti di Scocco e Borrè. In particolare ha dato compattezza al centrocampo con tre uomini di sostanza, ossia Palacios, Ponzio ed Enzo Perez, aiutati in fase di copertura da due ali leggere pronte a ripiegare sugli interni con grande sacrificio. Probabilmente a causa di questa copertura continua si è vista maggiormente la corsa di Fernandez, a discapito dell’imprevedibilità di Pity Martinez, in ogni caso a segno nel finale. Proprio la linea mediana non siè scomposta nemmeno quando i Bosteros sembravano aver imparato dalle sconfitte del recente passato ed avevano iniziato a giocare maggiormente bassi e prudenti, serrando le linee per non dare ragion d’essere a ripartenze improvvise. Verrebbe da dire che il Boca ha cercato di fare il River, non a caso trovando il gol in contropiede, ma è durato un tempo; dopo di che il gioco di Gallardo, fatto di diagonali e scivolamenti più precisi ha soffocato Pavon,Villa e Abila (subentrato ad un ben più pericoloso e imprevedibile Benedetto) ed ha permesso ai propri uomini più agili di entrare in spazi pericolosi col triangolo, come nel caso del primo gol di Pratto, più impegnato a fare sportellate ma sempre pericoloso una volta girato verso la porta di Andrada, o come in occasione del secondo centro della Banda, quello del sorpasso.

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Sebbene potesse finire in tutti i modi, Gallardo, che – per dovere di cronaca – era squalificato, ha ribadito per tre volte la sua superiorità tattica in faccia agli avversari di sempre, alla AFA (che cerca commissario tecnico…) e, che piaccia o no, il risultato è giusto. Una squadra privata del suo allenatore, del suo stadio e del vantaggio dell’assenza di tifosi ospiti vince la sua quarta Copa Libertadores della storia, trovando per altro l’unica via rimastale per partecipare all’edizione2019.

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Adesso c’è spazio per i festeggiamenti, per i “Dale, Campeòn”, ma non solo: a breve avrà inizio il Mondiale per Club negli Emirati Arabi e il River Plate, dopo aver esultato nella casa del Real Madrid, spera di affrontare proprio l’equipazo di Florentino Perez per batterlo e impreziosire ancora di più la propria bacheca.

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