Juventus-Ajax il giorno dopo

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La vittoria delle idee. Il trionfo del gioco di posizione, del ritmo, del pensiero e della superiorità nei numeri e nelle situazioni. L’Ajax è riuscito nuovamente a passare il turno – in trasferta – dopo un’andata che, presa singolarmente, non sarebbe stata sufficiente. Dopo il Real Madrid si è dovuta arrendere anche la Juventus, ribaltata nonostante i favori del pronostico e la maturità acquisita negli ultimi anni. I Lancieri, in cuor loro, non sembravano temere alcunchè in vista del ritorno, persino negli attimi immediatamente successivi ai primi 90 minuti di fuoco. La squadra di Amsterdam infatti, che possiede la giusta combinazione tra giovani di grande corsa ed estro e giocatori di esperienza, ha portato con sè una filosofia che quasi tende ad andare oltre il risultato; una filosofia incentrata sulla prestazione, sul gioco manovrato, che prescinde dai giocatori stessi che ne tessono la trama. E sulla base di questa mentalità i “ragazzini” di Ten Hag sono stati in grado di costruire continuamente triangoli – interni ed esterni al campo – con conseguente creazione e rapido spostamento di più linee di passaggio. Il tutto con tempi ed intensità sempre utili per alimentare la costruzione dell’azione d’attacco. Va sottolineata anche una certa preparazione nella fase di transizione bianconera, da cui teoricamente sarebbero dovuti nascere i gol di CR7 e compagni (come all’andata), manifestatasi mediante rapidissime chiusure preventive e diagonali che andavano a coprire la zona, fino al limite dell’area, e l’uomo, nel momento in cui quest’ultimo varcava gli ultimi 16 metri. Un capolavoro offensivo, ma non solo.

Il pensiero teoretico e la visione del modo di giocare “alla olandese” si differenzia chiaramente da quello tipicamente italiano. Proprio qui si evidenzia una grande dicotomia fra i due Club; la Juventus non trova nella manovra la sua forza, bensì nelle individualità, a patto che queste rispettino un certo ordine tattico in fase di non possesso.

In ogni caso l’errore più grande di Allegri non è stato insito al suo credo, ma all’interno dell’approccio totalmente errato che ha mostrato all’Allianz Stadium; il tecnico toscano infatti, sebbene partisse col bonus del pareggio con gol fuori casa, ha probabilmente cercato di riprodurre la stessa gara vista un mese fa circa contro l’Atletico, quando però aveva due gol da recuperare ed una squadra smodatamente bassa di fronte. Allegri ha costretto i suoi a giocare con una pressione costante ed alta, dimenticando di offrire così terreno fertile ad una squadra abituata a subirla e desiderosa di spazi dietro le linee, che in questa maniera si sono aperti. Oltretutto questo criterio di gioco, che è durato circa un tempo, prima di lasciare senza benzina i padroni di casa, ha portato alla realizzazione di un solo gol (su calcio d’angolo…).

L’Ajax passa dunque con merito il turno, addirittura col rammarico di non aver segnato più reti (una annullata con l’ausilio del VAR), specchiandosi nei giovani volti di De JongZiyech, Van De Beek (freddissimo in occasione dell’1-1), Neres e soprattutto del capitano Matthijs De Ligt, leader autorevole di soli 19 anni, decisivo di testa nel regalare alla propria gente un’altra gioia europea dopo l’ultima al Bernabeu. Prima di quest’anno, per risalire alla semifinale di Champions League più recente della storia dei Lancieri, bisognava risalire al 1997, quando il capitano ancora non era nato.

 

 

 

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